05
Lug

Israele: un esempio da seguire

E’ già da parecchi giorni ormai che si apprende dell’emergenza siccità che sta interessando in particolar modo il Nord Italia. Dunque in molti si stanno interrogando su quale potrebbe essere la soluzione.  La crisi idrica che sta vivendo l’Italia è un sintomo evidente dei cambiamenti climatici che interessano l’intero pianeta.

Un inverno con poca neve, una primavera con poche piogge e un inizio della stagione estiva con temperature già notevolmente superiori alla media hanno causato un abbassamento del livello di laghi e fiumi. Come detto prima, le aree più colpite sono le regioni del Nord, dove il lago Maggiore è riempito solo al 20%, la portata del fiume Adda è inferiore del 67% e la risalita dell’acqua marina salata lungo il fiume Po è arrivata a 20 chilometri dalla foce, compromettendo i terreni. Anche il Lazio è una delle zone più colpite. Qui la portata dei suoi laghi vulcanici, lago Albano e di Nemi, è ridotta di oltre il 75%.  Man mano che gli esseri umani aumenteranno e le condizioni climatiche peggioreranno, l’accesso all’acqua diventerà sempre più un problema.

Uno dei Paesi più innovativi in questo settore è senza dubbio Israele. A oggi, nonostante l’ambiente sfavorevole Israele produce il 20% in più di acqua di quella che consuma. Anche la pioggia può essere, però, un’importante componente da sfruttare per far fronte alla crisi idrica. In natura essa viene assorbita dal suolo, dove si depura, e ricarica le falde sotterranee. Ma, nelle città moderne, il cemento delle strade ne impedisce l’assorbimento e spinge gli urbanisti a drenare l’acqua nelle fognature, andando così sprecata. Al contrario Israele incentiva il riciclaggio delle acque reflue. Anche la dissalazione è una soluzione per aumentare la risorsa idrica del Paese. Nel 1964 Alexander Zarchin  brevettò un processo per separare il sale dall’acqua marina e dal 2005 l’acqua dissalata scorre dai rubinetti israeliani e, presto, rifornirà anche i vicini palestinesi e giordani. Tuttavia, la dissalazione è una soluzione imperfetta: risolve il problema della carenza di acqua potabile, ma ne crea un altro, cioè quello dello smaltimento dell’acqua salmastra residua. Eppure, data la carenza di piogge, questa procedura può diventare fondamentale per far fronte all’emergenza. Un’altra tecnologia innovativa è quella ideata nel 2009 dall’imprenditore ed ex comandante militare Arye Kohavi. Si tratta di un generatore che filtra e purifica la condensa atmosferica e la trasforma in acqua fresca e potabile. Può produrre fino a sei mila litri di acqua potabile al giorno. Uno di questi è stato installato in una struttura medica nella città siriana di Raqqa per aiutare i profughi siriani, che, a causa della guerra, non hanno accesso all’acqua. Infine anche la diffusione di giardini idroponici permette di coltivare ortaggi senza l’utilizzo di terra. Ciò permette di usare il 70% in meno di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale e di ridurre anche la quantità di carbonio.

Guardando le statistiche dell’Istat, in Italia nel 2020 sono andati persi 41 metri cubi d’acqua per chilometro di rete idrica: parliamo del 36,2% dell’acqua immessa nel sistema. Ora dobbiamo assolutamente concentrarci tutti su un concetto: c’è poca acqua e non la possiamo e dobbiamo più sprecare. Anche perché il futuro non sembrerebbe per nulla roseo e allora tutti noi dobbiamo tentare con piccole azioni quotidiane di mitigare la problematica e di adattarci alle nuove condizioni derivanti da un probabile nuovo clima. E soprattutto occorrono urgentemente progetti di un certo spessore  che permettano di “disporre” in tempi più brevi possibili, di adeguate quantità di acqua per i più diversi settori di utilizzo. Per il bene nostro e soprattutto delle future generazioni.

Ben venga la consapevolezza, ma non è più tempo di sondaggi e ricerche e noi di We Can lo ripetiamo da oltre 10 anni. È arrivato il momento di agire e cambiare stile di vita per salvare il nostro Pianeta, prima che sia troppo tardi. Tutti noi vorremmo creare un futuro diverso. Non è facile cambiare le proprie abitudini,  ma noi dobbiamo credere che possiamo provare a prenderci cura del nostro pianeta.

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